Il consiglio che non so scrivere |I racconti del presidente del tempo.
Quante volte mi sono chiesto perché.
Dove ho sbagliato, non lo so.
Me lo sono domandato così tante volte da non riuscire più a dormire.
Ho cercato risposte nella memoria, tornando indietro, rovistando nei ricordi, raccogliendo parole, gesti, silenzi. Come se, mettendo ogni cosa al posto giusto, alla fine dovesse comparire una soluzione.
Ma ci sono domande che il passato ascolta benissimo e alle quali, ostinatamente, non risponde.
Ci sono giorni, come oggi, in cui vorrei che la mia penna fosse così potente da raggiungerti.
Non per riportarti indietro.
Mi basterebbe molto meno.
Vorrei soltanto poterti chiedere un consiglio.
Ho provato perfino a esercitarmi.
Ho scritto così intensamente che, per un istante, mi è parso
di ricordare la tua voce. Non di sentirla: di ricordarla.
Ed è una differenza terribile.
Ho provato a immaginare cosa avresti detto. Il tono. Una parola. Forse persino quell'espressione che avresti fatto prima di rispondermi.
Poi ho riletto.
No.
Non eri tu.
Ero io che cercavo di farti dire ciò che avevo bisogno di sentire.
Il consiglio era troppo preciso.
Troppo rassicurante.
Troppo mio.
Ed è qui che la scrittura mi prende in giro.
Riesco a inventare uomini che non sono mai nati. A descriverli minuziosamente, a dar loro una voce, un carattere, persino dei ricordi. Posso farli entrare in una stanza e sapere esattamente cosa diranno. Posso farli ridere, sbagliare, innamorare. Posso decidere perfino quando devono tacere.
Eppure non riesco a inventare una tua risposta.
Potrei scriverla.
Basterebbero poche parole: Mia madre mi direbbe…
Ma la penna, proprio allora, si ferma.
Forse perché i personaggi che invento mi appartengono.
Tu no.
Tu sei esistita davvero.
E inventare oggi le tue parole significherebbe consolarmi con una risposta scritta da me, fingendo per qualche riga che sia arrivata da te.
Non ci riesco.
Preferisco il tuo silenzio a una tua frase che non hai mai pronunciato.
Così continuo a scrivere.
A cercare.
A ricordare.
E quando credo finalmente di aver trovato la risposta, mi accorgo che manca sempre l'unica opinione che vorrei ascoltare davvero.
Allora torno al foglio.
Cancello tutto quello che avevo provato a farti dire.
E lascio soltanto la domanda.
Mamma, tu cosa faresti?


