La stessa parola. 

11.10.2026

Il clima autunnale non è sempre lo stesso.Vent'anni fa mi pareva più buio, più grigio, più freddo, o forse ero io a vederlo così.

Oggi splende il sole, mi alzo e, nonostante sia un giorno come tanti altri, sento che qualcosa è diverso.

La sensazione mi arriva ben prima della notifica.

Una volta era l'inizio di novembre a ricordarmi che il mio mese era così, malinconico. Oggi non occorre nemmeno guardare il calendario.

Vent'anni.

E ancora mi sorprendo a pronunciare quella parola.

Papà.

Che parola curiosa! Non ha cambiato una lettera, una sillaba, nemmeno l'accento.

Eppure, ogni volta che la pronuncio, torno a essere quello che ero.Per un attimo.

Ricordo certe sue espressioni, certi rimproveri che allora mi facevano arrabbiare e che oggi trovo irresistibilmente comici.

Scoppio a ridere.Poi, senza che sia accaduto nulla, mi vengono le lacrime.

Ma come? Un momento prima ridevo! Che ragione avevo di piangere?

Nessuna.

O troppe.

È questa la strana prepotenza della memoria: restituisce una voce, un gesto, persino un difetto, con una precisione che il tempo non è riuscito a guastare.

E allora mi domando: chi è veramente scomparso?

Lui, che continuo a riconoscere in mille piccoli gesti, oppure quel ragazzo che ero io, quando lui poteva ancora guardarmi?

Forse il guaio è proprio questo: io continuo a ricordarlo vivo, mentre tutti insistono a considerarlo morto.

E hanno ragione, naturalmente.

Hanno ragione loro, come ho ragione io.

Soltanto che le due ragioni non riescono a stare insieme senza farsi male.

Quest'anno, poi, ti hanno persino cambiato posto.

Vent'anni che manchi e ancora bisogna occuparsi di dove metterti.

Aspettavo quel momento anche per una cravatta, la mia preferita, che cercavo da anni. Non ero sicuro di averti regalato la cravatta giusta ma non trovandola, attendevo la conferma,ma non ci hanno avvisato! Già , proprio così , non ho potuto sapere se fosse davvero lì.

Mi è venuto da sorridere.

Dopo vent'anni, ancora una domanda da farti.

E tu, naturalmente, continui a non rispondere.

Una bella comodità, per un padre, non poter più essere contraddetto!

Io posso continuare a farti vivere nei miei ricordi. Ma tu non puoi più fare altrettanto con me.

Non puoi sapere chi sono diventato, quali errori ho commesso, quali cose ho imparato.

Non puoi vedermi oggi.

Eppure posso ancora farti chiamare nonno.

Che strana parola, anche questa.

Nonno.

Una parola che non hai mai potuto sentire dalla voce di mia figlia e che tuttavia ti appartiene.

Io continuo a chiamarti papà. Lei può chiamarti nonno.

E poi, un giorno, mi sento chiamare anch'io.

«Papà!»

Mi volto.

È la stessa parola che pronuncio da quando ero bambino, soltanto che adesso arriva da un'altra voce.

E per un istante mi sembra di trovarmi da entrambe le parti del tempo.

Da una parte il bambino che chiama suo padre.

Dall'altra un padre che si volta quando lo chiama sua figlia.

In mezzo, vent'anni.

E una parola che non è invecchiata di un solo giorno.

Forse è questo che la memoria riesce a fare: conservare ciò che il tempo non può più restituirci e permettergli, qualche volta, di raggiungerci ancora.

Perché io posso dimenticare una data, smarrire una cravatta, cambiare voce, viso, abitudini.

Posso perfino diventare un uomo che mio padre non ha mai conosciuto.

Ma quando mia figlia mi chiama «papà», io mi volto.

E dentro di me, per un istante, si volta anche il bambino che chiamava il suo.

La stessa parola.

Vent'anni dopo.

E ancora non so se sono io a pronunciarla, o il ricordo a pronunciare me.

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