AMOR DI PAROLEI racconti del presidente del tempo.

14.04.2026


 La notte è solitaria. Non perché il giorno manchi, ma perché il giorno, ormai, si limita a passare accanto alle cose senza più riconoscerle, come fanno certi uomini quando smettono di guardarsi dentro. Lo vede ogni giorno, il giorno, ma non lo conosce mai davvero. E forse è questo il vero dolore: non l'assenza, ma la presenza senza verità. 

Le parole, intanto, si sono consumate. Non perché siano state dimenticate, ma perché sono state usate troppo, e quasi sempre senza responsabilità. "Amore" lo diciamo senza tremare, quando invece dovrebbe scuoterci. "Per sempre" lo pronunciamo con leggerezza, quando invece dovrebbe farci paura. "Verità" la chiamiamo anche quando mente, e "valore" lo attribuiamo persino a ciò che non ha più peso. E così accade una cosa sottile, quasi invisibile: le parole non muoiono, si svuotano. Rimangono tra noi, intatte nella forma, ma prive di tutto ciò che le rendeva vive. E la notte, allora, permane lì. Fredda solo per chi ha bisogno di rumore, ma profondamente sincera per chi ha ancora il coraggio di ascoltare. Ti ho vista tacere. E ho capito, troppo tardi, che non era mancanza di parole, ma rispetto per esse. Perché chi ha davvero qualcosa da dire impara, prima o poi, anche a non dirlo. 

Oggi le parole sfuggono, si moltiplicano, si clonano, si rincorrono fino a perdere significato. E noi le portiamo addosso con una leggerezza inquietante, come se fossero nostre, dimenticando che un tempo ci superavano. Promesse senza anima, frasi senza memoria, dialoghi senza incontro. Verrà un giorno — perché il tempo, a volte, restituisce ciò che abbiamo consumato — in cui non sarà una voce a chiamarti, ma un dettaglio: un profumo già vissuto, una nota che credevi dimenticata, un cielo identico a quello di allora. E in quell'istante non ti chiederai più se qualcuno tornerà, ma se ciò che hai vissuto aveva davvero un senso. Perché il tempo non misura ciò che accade, ma ciò che scrive. Io non voglio tornare così, con parole finite, già dette, già sprecate, già svuotate. 

Non voglio essere uno di quei ritorni che somigliano più a un'abitudine che a una scelta. Pareva che nulla più le duolesse, dopo giorni pieni di parole vuote, come se il dolore, anche lui, si fosse arreso all'abitudine. Verrà quel giorno e non sarà annunciato, in cui sentirai la stessa nota, percorrerai la stessa strada, e toccherai lo stesso cielo, ma con una consapevolezza diversa: che non tutto ciò che ritorna è uguale a prima. E allora guarderai indietro. Non per nostalgia, ma per capire. Se è passato davvero, o se è rimasto sospeso dentro di te, in attesa di una verità che non avete avuto il coraggio di dirvi. Se tornerò — perché il ritorno, quando è vero, non si decide — non sarà con molte parole. Sarà con una sola. Una parola che non chiede spiegazioni, che non cerca conferme, che non ha bisogno di essere ripetuta. Una parola che pesa, proprio perché unisce. 

E se mi troverai ancora lì, non sarà perché ti ho convinta — le convinzioni appartengono alla mente — ma perché, finalmente, avremo smesso di usare le parole per difenderci e avremo iniziato a usarle per essere. Perché il tempo, alla fine, non giudica ciò che diciamo, ma ciò che abbiamo avuto il coraggio di rendere vero. E le parole… quando tornano ad avere peso, non servono più a spiegare cosa sono. 

Servono a imprimere ciò che amano davvero. 

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