GIOVANNINA | I racconti del presidente del tempo.

16.04.2026


GIOVANNINA

C'è qualcosa di profondamente ironico, e forse anche perfetto, nel fatto che Giovannina Cauz fosse nata a Venezia, città elegante e affascinante, famosa per l'acqua alta. Lei, alta poco più di un metro e cinquanta. Eppure, come Venezia, era impossibile da misurare davvero. Era un concentrato di intelligenza e cultura, ma soprattutto era l'autorevolezza. Rappresentava l'affetto, quello raro, che non si consuma. Quell'affetto che non ha bisogno di presenza continua, perché funziona come una ricarica: basta un abbraccio, un sorriso e ti accompagna a lungo. Sapeva organizzare tutto, con estrema rapidità, che fosse un pranzo senza preavviso, un dolce o un orlo all'ultimo minuto o qualche consiglio sincero. Aveva ottime idee. Sapevi di essere in buone mani. 

Era difficile prenderla in giro, e questo, detto di una nata il 6 gennaio, il giorno della befana, ha quasi il sapore di una piccola rivincita contro i cliché. Non cadeva nelle cose facili, né nelle parole né nelle persone. Non ho molte foto con lei, non perché non le volessi, ma perché non servivano. Ci sono legami che non hanno bisogno di essere fermati: esistono e basta. E quando provi a fotografarli, li riduci.

Una volta partii per Londra, una città che amavo. Quando tornai, lei non stava più bene e non ci riconosceva più. Da quel giorno, senza deciderlo davvero, Londra divenne meno affascinante. Come se la memoria non fosse soltanto nei luoghi, ma nei pensieri che li rendono tali. Mia madre le dedicò tutto il suo tempo, quando si ammalò. Lei, intanto, aveva già fatto qualcosa di straordinario senza dirlo a nessuno: aveva vissuto più di cinquant'anni con un solo rene, senza lamentarsi mai, guardando sempre avanti e basta. 

Per amore, aveva lasciato una vita fatta di lirica, buona cucina e cultura internazionale, ma quella cultura le scorreva dentro. Suo padre, all'inizio del '900, aveva girato il mondo come traduttore simultaneo, parlando più di cinque lingue, quando era quasi un miracolo parlarne una. E nel tempo delle leggi razziali, avevano fatto una cosa semplice ed enorme: nascondere delle persone, degli ebrei. Senza proclami, senza raccontarlo. Senza etichette. Per umanità. Per coraggio.

La piccola, grande saggezza di Giovannina rimane la storia più vera che io conosca. Tutto il resto è racconto: chiamalo storytelling, chiamalo società. Sono etichette, appiccicose e comode, forse necessarie per chi ha bisogno di capire tutto in un reel. Ci vogliono anni per comprenderlo, per capire a cosa serve la storia, quella vera, e cosa farne di essa. È un valore che vogliono far valere meno della passione per le proprie tradizioni uniche e dell'amore per la propria storia di famiglia. Ma lei no. Lei era già oltre.

E sembrava suggerirti, osservando una bottiglia di vino friulano, da astemia, Giovannina, mia nonna: 

"Non fatevi etichettare, seguite le vostre passioni, così come sono tutte racchiuse qui dentro, puntando la bottiglia 

"Nella botte piccola, stavolta, c'era il vino buono. 

ANDREA MAGNAN 

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