
Una povera stella | Una breve novella
Ero a corto di nuovi incipit. Avevo bisogno di qualche personaggio al quale dare un volto, perché le parole che avevo in testa, lasciate sole, cominciavano a somigliarsi tutte.
Sapevo dove andare.
Avevo appena varcato il portone quando incrociai una mia cara amica, Stella.
Un uomo le teneva aperta la porta, ma di lui riuscii a vedere soltanto un braccio. Vi aveva tatuato una stella cadente, seguita da tanti piccoli astri: una costellazione personale che nessun astronomo avrebbe saputo collocare, ma che lui portava con assoluta sicurezza. Il tutto emergeva dalla manica corta di una camicia dalla fantasia così vivace da arrivare sempre qualche istante prima di chi la indossava.
Appena arrivai, l'uomo lasciò la porta e si affrettò ad allontanarsi.
«Sono a corto di personaggi», dissi a Stella, dopo averla salutata.
«Allora prendiamo un caffè.»
Ci sedemmo in un bar affacciato sul mare. Mentre io cercavo un inizio e lei faceva girare lo zucchero nella tazzina, quasi sperasse di sciogliervi dentro qualche pensiero, Stella prese il telefono e me lo porse.
«Tieni. Leggi.»
Esitai per discrezione, o per quella forma più elegante della curiosità che chiamiamo discrezione quando fingiamo di non essere curiosi.
«Cosa sono?»
«Le mie chat.»
Lessi.
Leandro esordiva con Ciao bellissima, senza essersi ancora domandato in che cosa consistesse la sua bellezza.
Tullio scriveva Che fai?, non perché desiderasse conoscere la risposta, ma per assicurarsi di esistere almeno dentro la giornata di qualcuno.
Nereo le aveva scritto: Sei diversa.
Diversa da chi, non era precisato. Forse da tutte le donne alle quali aveva già inviato la stessa frase.
Cosimo aveva scelto una fiamma. Poteva essere passione, desiderio oppure un piccolo incendio appiccato alla grammatica. Con certi simboli si ha il vantaggio di non dover spiegare nulla e la speranza, assai comoda, che sia l'altro a inventarci un'intenzione.
«Vedi?» disse Stella. «Non sei affatto a corto di personaggi.»
Aveva ragione.
Io cercavo uomini da mettere dentro un racconto, mentre lei ne custodiva decine dentro un telefono. Non uomini interi, naturalmente. Di ciascuno conservava una fotografia favorevole, qualche parola ben pettinata e una versione di sé preparata apposta per essere creduta.
Anche certi messaggi somigliano alla luce delle stelle: ci raggiungono quando ciò che fingono di illuminare è già spento, o forse non si è mai acceso. E noi li scambiamo per una presenza.
Una volta, per entrare nella giornata di una donna, occorreva almeno avvicinarsi. Bisognava offrire alle parole una voce, al desiderio uno sguardo e alla menzogna il coraggio di arrossire.
Adesso possiamo raggiungerci ovunque: a letto, al lavoro, durante una cena, nel mezzo di una risata o dentro una tristezza che nessuno conosce. Abbiamo conquistato la libertà di parlarci in ogni momento e l'abbiamo affidata a uno strumento che non possiede tono.
Il messaggio tace persino mentre parla.
Siamo noi a prestargli una voce, quasi sempre la peggiore. Una premura può diventare controllo, una battuta può assumere l'aria di un'offesa, un punto fermo può sembrare adirato. Persino il silenzio, che non ha scritto nulla, viene interrogato fino a confessare tutto ciò che temiamo.
Stella continuò a farmi scorrere lo schermo.
Tancredi voleva conoscerla, ma parlava soltanto di sé. Forse sperava che, raccontandosi abbastanza, sarebbe riuscito a conquistarla e a ottenere ciò che si era prefissato, senza correre il rischio di conoscere davvero lei.
Enea cercava una relazione seria, purché non producesse le conseguenze di una relazione seria.
Orlando le scriveva puntualmente fino alle venti, poi spariva per ricomparire il giorno seguente alle undici e trenta. Non un minuto prima. Evidentemente, anche la spontaneità osservava degli orari.
Amos pretendeva una fotografia per assicurarsi che Stella fosse davvero Stella, mentre lui si nascondeva dietro l'immagine di una cucciolata di volpi. La diffidenza, del resto, esige spesso dagli altri quella sincerità che non saprebbe ricambiare.
«Tancredi come lo chiami?» mi domandò.
«Personaggio secondario.»
«Ed Enea?»
«Una comparsa convinta di essere il protagonista.»
«Orlando, invece, scompare ogni sera alle venti e il giorno dopo, alle undici e trenta, ritorna scrivendo: Come stai?»
«Un morto che non ha avuto l'educazione di restare tale.»
Stella rise.
«E Amos?»
«Uno che vuole essere certo della tua identità, mentre non ha ancora trovato il coraggio di mostrare la propria.»
Stella fece scorrere ancora lo schermo.
«E questo?»
Aprì un'altra conversazione.
Il messaggio era talmente volgare che sporcava il silenzio. Sotto c'era una fotografia scattata davanti a uno specchio.
Il viso dell'uomo non si vedeva: aveva puntato ad altro, sperando di colpire Stella. A lei caddero le braccia; io, invece, in quell'immagine riconobbi una camicia.
Quella camicia.
Poco più sotto vidi anche il tatuaggio: la stessa stella cadente e la sua inconfondibile costellazione privata, forse priva di rigore astronomico, ma impossibile da confondere.
Guardai Stella.
«È l'uomo del portone.»
Lei riprese il telefono, osservò la fotografia e poi rivolse gli occhi verso l'uscita del bar.
«Sì.»
«Sembrava gentile.»
«Mi ha tenuto la porta.»
«E poi ti ha scritto questo.»
Stella sorrise, ma non per divertimento.
«Forse voleva dimostrarmi che, oltre alla porta, sapeva aprire anche una conversazione.»
Posò il telefono sul tavolo, con lo schermo rivolto verso il basso. Le fiamme, le cucciolate di volpi, i seduttori e gli uomini sincerissimi scomparvero dietro un vetro nero. Tutti avevano chiesto di essere guardati; nessuno si era fermato abbastanza da guardare lei.
Io, però, il mio personaggio lo avevo trovato.
Fuori teneva aperta una porta; al riparo di uno schermo, chiudeva ogni possibilità di essere considerato umano.
«Povera Stella», pensai.
Ma era un pensiero ingiusto.
Stella non aveva perduto nulla. Aveva soltanto incontrato un uomo che portava sul braccio una stella cadente e dentro le parole una luce scadente.
Perché non tutte le stelle cadono.
Alcune, semplicemente, scadono.
Andrea Magnan
11 Settembre 2026

